La notizia era nell’aria, carpita in piazza Duomo nell’ultimo week end della 69ma edizione del Festiva dei Due Mondi, quando, ad uno tavoli del Tric Trac non è sfuggita la presenza di Paolo Mieli, il celebre giornalista, storico e saggista, ospite per un sera del suo vecchio amico Mauro Luchetti.
Un veloce scambio di battute e la promessa di rivedersi a Roma per una intervista doppia per scoprire se “I dialoghi di Paolo Mieli” potranno tornare al Festival di Spoleto.
Che poi siano “Incontri”, “Conversazioni” o “Dialoghi” - seppur l’etimologia dei termini è profondamente diversa - poco importa per un format che, negli anni, ha portato da solo più celebrità di ogni edizione del Festival. Almeno di quello degli ultimi quindici anni. Complice un “padrone di casa” del calibro dell’ex Direttore del Corriere della Sera, al quale nessun vip saprebbe dire di no. E un format, co-registrato alla Siae anche da Mauro Luchetti, che vede la sua forza nell’accesso gratuito al pubblico per vedere e ascoltare da vicino il proprio o la propria beniamina. Un vero spettacolo che ha sempre, inevitabilmente, segnato il sold out, e che avrebbe meritato anche spazi più grandi di quelli assegnati nel tempo, come il Caio Melisso o anche lo stesso Teatro Nuovo Menotti.
Sarà che quando un progetto ha successo, le invidie, specie in provincia, si scatenano al punto che, complici certi politicanti, il format fini al centro di una indagine penale e contabile che coinvolse Luchetti che, dopo quasi sette anni, è stato assolto con formula piena in ogni grado di giudizio.
Restano così nella memoria collettiva i Dialoghi con Raffaella Carrà (fu una delle sue ultime apparizioni in pubblico), Marco Travaglio, Franca Leosini, Pietrangelo Buttafuoco, Marianna Madia, Roberta Pinotti, Raffaele Cantone, Marco Patuano, Guido Brera, Antonio Campo Dall’orto, Walter Veltroni, Lugi Di Maio, Edoargo Galbinati, Francesca Reggiani, Lilli Gruber, Cesare Cremonini, Ilaria Dallatana, Vincenzo Boccia, Marco Giallini, Domenico Procacci, Gabriele Muccino, Claudio Cerasa, Francesco Starace, Carlo Freccero, Paola Cortellesi, Aldo Cazzullo, Marco Minniti, Sandro Veronesi, Costanza Escaplon, Guido Brera, Niccolo Ammaroli. Solo per citarne alcuni di quelli arrivati a Spoleto.
Ai quali si aggiunsero - nell’edizione successiva che il duo Mieli-Luchetti decise di spostare a Napoli (non più graditi al Festival del presidente De Augustinis), nella Basilica di Santa Maria della Sanità a Napoli - altri personaggi del calibro di Gigi Proietti, Massimiliano Bruno, Myrta Merlino e Franco Gabrielli.
Direttore Mieli, ha visto qualche spettacolo di quest’ultima edizione?
No, purtroppo gli impegni non mi hanno consentito di vivere l’emozione del Due Mondi, solo di tornare per una serata a cena con Mauro Luchetti
Pensa che il format dei “Dialoghi” potrà tornare al Festival?
Ritengo di sì, si sono ricreate le condizioni per poter ricominciare quel cammino che è stato interrotto qualche anno fa.
Quali…
Scusi se la interrompo, ovviamente la mia disponibilità è legata al fatto che ci siano anche le condizioni migliori per poter riprendere questo format.
Quali idee potrebbero caratterizzare una eventuale prossima edizione al Festival?
Troppo presto per parlarne apertamente, ci stiamo riflettendo ma, ripeto, vediamo prima se tutti i soggetti istituzionali deputati ad accogliere il talk saranno davvero convinti del nostro ritorno.
Presidente Luchetti, dopo diversi anni trascorsi lontano dalla vita pubblica di Spoleto, è stato chiamato nel Consiglio di Amministrazione del Festival dei Due Mondi. Che cosa l’ha spinta ad accettare tale carica, tornando così nella sua città?
Ci sono momenti della vita nei quali si guarda avanti con l’ambizione di costruire il proprio percorso professionale e altri nei quali, quasi naturalmente, ci si volta indietro per capire quanto si è ricevuto e quanto si sia in debito con i luoghi che ci hanno formato: per me quel luogo è Spoleto. Qui sono nato, sono cresciuto, ho vissuto gli anni della giovinezza, quelli che forse più di tutti plasmano il carattere di una persona. Qui ho costruito amicizie che durano ancora oggi, ho imparato ad amare la cultura, ho respirato un clima nel quale il Festival dei Due Mondi non era semplicemente una manifestazione artistica, ma faceva parte della vita quotidiana della città.
Per la mia generazione il Festival significava vedere Spoleto trasformarsi, ogni estate, in un luogo nel quale il mondo sembrava arrivare naturalmente. Poi la vita mi ha portato altrove. Ho avuto la fortuna di costruire un percorso professionale intenso, prima nel mondo della manifattura e della comunicazione, poi allargandolo alle relazioni istituzionali e del public affairs, lavorando con grandi imprese, istituzioni e amministrazioni pubbliche. Sono stati anni straordinariamente formativi, che mi hanno permesso di osservare da vicino come si costruiscono le strategie, come funzionano le organizzazioni complesse e quanto sia importante, per qualsiasi istituzione, avere una visione di lungo periodo. Parallelamente ho continuato a coltivare una passione autentica per la cultura.
I Dialoghi di Mieli, conclusisi nel 2018, hanno rappresentato probabilmente l’ultima grande esperienza pubblica alla quale mi sono dedicato con continuità. Per molti anni quella rassegna ha portato a Spoleto personalità della cultura, del giornalismo, della scienza e delle istituzioni, dimostrando che questa città possiede una naturale vocazione al dialogo e al confronto intellettuale; dopo quella esperienza avevo quasi pensato che il mio contributo pubblico fosse terminato poi è arrivata la proposta di presentare la mia candidatura per il CdA della Fondazione Festival. L’ho accettata senza esitazioni, non perché considerassi quel ruolo un punto di arrivo, ma perché l’ho interpretato come un’opportunità per restituire a Spoleto una parte dell’esperienza che avevo maturato in tanti anni di lavoro ed oggi dopo oltre due anni trascorsi all’interno della Fondazione, mi accorgo che quella scelta ha avuto un significato ancora più profondo e mi ha riportato a riflettere sul futuro della mia città. E credo che questa sia la vera ragione per cui oggi ho deciso di parlare accettando la vostra intervista.
Quanto ha pesato, in questa scelta, la storia della sua famiglia?
Moltissimo. Credo che ciascuno di noi sia inevitabilmente il risultato delle persone che ha avuto accanto, nel mio caso penso soprattutto a mio padre. Molti lo ricordano per i tanti incarichi che ha ricoperto anche quale Presidente della Cassa di Risparmio di Spoleto e della Banca Popolare di Spoleto; io, invece, lo ricordo soprattutto per il modo con cui interpretava quelle responsabilità, un modo di essere che faceva parte di una generazione che considerava le istituzioni un bene collettivo, non luoghi di potere ma luoghi di servizio, una generazione convinta che il successo di un amministratore non si misurasse dal prestigio personale, ma dalla capacità di lasciare qualcosa di utile alla comunità quando il proprio mandato fosse terminato.
Ricordo lunghe conversazioni nelle quali parlava del futuro della città molto più che del presente. Non era interessato alle polemiche quotidiane. Cercava sempre di immaginare quale potesse essere la direzione giusta per Spoleto dieci o vent’anni dopo ed è forse proprio lì che ho imparato una convinzione che oggi considero fondamentale: le città non appartengono alla generazione che le amministra, ogni generazione le riceve in custodia per un breve tratto della loro storia e ha il dovere di consegnarle a quella successiva un po’ migliori di come le ha trovate, è un principio semplice, ma credo racchiuda il senso più autentico dell’impegno civile.
Lei parla spesso di visione. Che cosa significa, concretamente, per una città come Spoleto?
Significa smettere di affrontare i problemi uno alla volta e cominciare a considerarli come parti di un unico progetto. Per molti anni abbiamo ragionato per compartimenti, da una parte il Festival, da un’altra il turismo, le infrastrutture, l’economia, la cultura. Questo credo sia un errore perché le città che crescono sono quelle che riescono a tenere insieme questi elementi. Il Festival produce reputazione, le infrastrutture producono accessibilità le imprese producono lavoro, la scuola e l’università producono competenze, le fondazioni e gli strumenti di solidarietà producono coesione sociale.
In pratica sono tutti tasselli dello stesso mosaico, se ne manca uno, l’immagine resta incompleta. Ed è in questa logica che penso Spoleto debba tornare ad avere l’ambizione di immaginarsi come un progetto complessivo non semplicemente come una città bellissima da conservare, ma come una comunità capace di costruire il proprio futuro.
Che futuro immagina?
Mi piacerebbe che Spoleto tornasse ad essere un laboratorio, e uso questa parola volutamente. Per molti decenni questa città è stata un luogo nel quale arrivavano artisti, musicisti, registi, intellettuali, diplomatici, imprenditori, era un punto di incontro tra mondi diversi. Credo che questa vocazione possa essere recuperata e aggiornata perché oggi il mondo è cambiato e la cultura non vive più isolata, dialoga con l’innovazione, con la ricerca, con la formazione, con l’impresa, con le nuove tecnologie, perfino con la diplomazia.
Io immagino una Spoleto nella quale questi mondi tornino a incontrarsi stabilmente non soltanto durante il Festival ma per tutto l’anno. Immagino una città capace di ospitare incontri internazionali, residenze artistiche, laboratori di innovazione culturale, programmi di formazione, collaborazioni con università italiane e straniere, fondazioni, centri di ricerca e imprese ed il Festival ne potrebbe rappresentarne il cuore pulsante, ma attorno ad esso potrebbe svilupparsi un ecosistema molto più ampio, capace di produrre cultura, relazioni e opportunità durante tutti i dodici mesi dell’anno. Le grandi città culturali europee non vivono di un singolo evento ma di una reputazione costruita giorno dopo giorno ed è questa, a mio avviso, la sfida che Spoleto dovrebbe porsi.
Richiama spesso la necessità di infrastrutture, non è un tema apparentemente lontano dalla cultura?
In realtà penso esattamente il contrario. La cultura e le infrastrutture sono strettamente collegate. Per molti anni abbiamo considerato le strade e le ferrovie come semplici opere pubbliche. Oggi credo che rappresentino molto di più: sono il modo attraverso il quale una città decide se vuole essere periferia oppure centro. La distanza, ormai, non si misura più in chilometri ma in tempo. Roma è una delle più grandi aree metropolitane d’Europa. Centinaia di migliaia di persone cercano una qualità della vita diversa, senza rinunciare alle opportunità professionali della Capitale.
Se Spoleto riuscisse a ridurre significativamente i tempi di collegamento ferroviario, se potesse contare su una connessione stabile con l’Alta Velocità e su una rete viaria finalmente adeguata, cambierebbe radicalmente il proprio orizzonte, non sto parlando soltanto di turismo ma della possibilità di attrarre nuovi residenti, giovani famiglie, professionisti, imprenditori, ricercatori, lavoratori che potrebbero scegliere di vivere qui. Ogni famiglia che decide di trasferirsi porta con sé competenze, consumi, servizi, lavoro, scuola, investimenti. In altre parole produce ricchezza e contribuisce ad aumentare il PIL del territorio ed è questo il motivo per cui considero le infrastrutture una grande questione culturale prima ancora che tecnica. Una città che si collega al mondo è una città che sceglie di crescere.
In questa visione il Festival quale ruolo può svolgere?
Un ruolo fondamentale. Ma vorrei partire da un riconoscimento che considero doveroso. Quando Daniele Cipriani è stato chiamato a raccogliere l’eredità lasciata da Giorgio Ferrara e da Monique Vaute, credo fosse naturale che molti, me compreso, guardassero con una certa apprensione a quella scelta. Succedere a tali direttori di comprovata capacità ed esperienza non era compito semplice.
Oggi penso sia giusto dire con franchezza e serenità che Daniele Cipriani ha affrontato e vinto quella sfida con intelligenza, coraggio e sensibilità artistica. La qualità della programmazione, il rinnovamento di molti linguaggi, la capacità di parlare ai giovani da uomo giovane, la scelta di avvicinare pubblici diversi e l’entusiasmo che si è respirato in città rappresentano elementi positivi che sarebbe ingeneroso non riconoscere, ma è proprio perché questa edizione ha dimostrato vitalità, credo che oggi sia il momento migliore per compiere un ulteriore passo in avanti.
Quale passo?
Credo che il Consiglio di Amministrazione debba interrogarsi su una domanda molto semplice: che Festival vogliamo consegnare a Spoleto tra dieci o quindici anni? Non il prossimo anno ma tra dieci o quindici anni. La differenza è enorme! Le grandi istituzioni culturali europee non crescono inseguendo l’emergenza dell’edizione successiva costruiscono pazientemente una reputazione internazionale, programmano, investono, misurano i risultati, ove necessario correggono la rotta.
Per questo sono convinto che la Fondazione debba dotarsi di un vero Piano Strategico Pluriennale. Non penso a un documento burocratico destinato a rimanere in un cassetto ma immagino invece uno strumento vivo, condiviso dal Consiglio di Amministrazione, dal Direttore Artistico, dalla struttura amministrativa e dalle istituzioni che sostengono il Festival, un documento capace di rispondere ad alcune domande fondamentali. Quale identità internazionale vogliamo rafforzare? Quale pubblico desideriamo raggiungere? Quale rapporto vogliamo costruire con la città? Come aumentare il valore economico prodotto dal Festival? Come attrarre sponsor internazionali? Come rafforzare la presenza nei grandi circuiti culturali europei? Come utilizzare le nuove tecnologie senza snaturare la tradizione del Festival? Sono interrogativi ai quali una grande istituzione non può rispondere anno per anno, ma richiedono una visione, ed è proprio questa, a mio avviso, la funzione principale di un Consiglio di Amministrazione.
Quindi il Direttore artistico dovrebbe avere meno autonomia?
Assolutamente no, anzi, io penso esattamente il contrario, il Direttore Artistico deve conservare tutta la libertà creativa che il suo ruolo richiede, la libertà dell’arte è il presupposto della qualità, ma la creatività non è in contraddizione con la programmazione, le due cose si completano e se il Cda della Fondazione deve indicare la direzione strategica, il Direttore Artistico deve avere la libertà di percorrerla con il proprio talento. È questo l’equilibrio che immagino.
Ha parlato più volte anche della necessità di aggiornare la Fondazione.
Sì, ma vorrei che fosse chiaro un punto, quando parlo di riforma non penso mai alle persone penso alle istituzioni, infatti le persone cambiano gli incarichi hanno inevitabilmente un inizio e una fine, le istituzioni, invece, devono continuare a funzionare bene indipendentemente da chi le guida. Per questo credo che sia arrivato il momento di aggiornare lo Statuto, adeguarlo pienamente all’evoluzione normativa e definire con ancora maggiore chiarezza competenze, responsabilità e funzioni.
L’esperienza di quest’anno ci ha insegnato anche che quando esistono professionalità di alto livello e un forte senso di responsabilità, si riescono spesso a superare ostacoli organizzativi molto complessi ma non possiamo pensare che il futuro della Fondazione dipenda sempre dalla qualità eccezionale delle singole persone dobbiamo costruire un’organizzazione che renda possibile il successo anche domani, e un principio che vale per qualsiasi grande istituzione.
Immagina anche una diversa distribuzione delle responsabilità?
Credo che il tema debba essere affrontato senza pregiudizi, l’esperienza di quest’anno ha dimostrato che il Direttore Artistico non si è limitato a svolgere un ruolo creativo ma in diverse circostanze ha assunto decisioni organizzative importanti, contribuendo in modo determinante al buon esito della manifestazione e credo che questo meriti il riconoscimento di tutti.
Aver dovuto gettare il cuore oltre l’ostacolo dimostra come il vecchio statuto sia lacunoso e obsoleto ed abbia bisogno di una revisione profonda per essere adeguato alle sfide attuali ed ai rinnovati regimi fiscali; occorre collocare la Fondazione in un alveo ben preciso che non dia più adito ad interpretazioni non chiare e a possibili equivoci tecnici e di responsabilità dando vita ad una riflessione, senza idee precostituite, sul modello organizzativo più efficace per il futuro in modo che il Consiglio possa dedicarsi sempre di più a ciò che dovrebbe rappresentare la sua missione naturale: costruire la visione strategica della Fondazione.
Parlando della ex Bps, ha di fatto toccato l’argomento della cooperativa Scs che, come anticipato da Tuttoggi, potrebbe già in autunno tornare ai suoi azionisti, circa 18mila prima del crack che obbligò Mef e Bankitalia alla cessione dell’Istituto di credito al Banco Desio. Questa vicenda può riguardare il futuro di Spoleto?
Credo che rappresenti molto più di una vicenda societaria, se la SCS tornasse in bonis con un patrimonio di qualche importanza. Saranno naturalmente i curatori, gli organi competenti e, successivamente, i soci a compiere le scelte che riterranno più opportune e a me interessa soprattutto il valore che questa vicenda può avere per la città. La cooperazione, il credito popolare e il mutualismo hanno contribuito per oltre un secolo alla crescita di Spoleto. Credo che quello spirito non debba andare disperso e per questo sto riflettendo sull’idea di promuovere un comitato di personalità autorevoli della città che possa indirizzare le scelte per custodire i valori fondativi e favorire una riflessione sul modo migliore di mettere, ancora una volta, quel patrimonio al servizio della comunità.
In questa idea c’è anche un legame con l’insegnamento di suo padre?
Inevitabilmente sì, lui mi ha trasmesso un’idea semplice: le istituzioni economiche non sono fini a se stesse, ma strumenti di crescita civile. Ricordo il suo impegno nel percorso che portò alla separazione tra la banca e la cooperativa. Dietro quella scelta c’era la convinzione che una parte della ricchezza prodotta dal territorio dovesse continuare a generare opportunità per il territorio stesso. I tempi sono cambiati, ma quel principio conserva, a mio avviso, tutta la sua attualità.
Qual è, allora, la sua idea di Spoleto?
Una città che sappia fare sistema, abbiamo legami con istituzioni importanti, competenze, imprese, associazioni e una reputazione culturale costruita in decenni di storia. Il punto non è crearne di nuove, ma metterle in relazione tra loro. Penso al Comune, alla Regione, al Ministero della Cultura, alla Fondazione Festival dei Due Mondi, alla Fondazione Cassa di Risparmio di Spoleto, alla SCS, alle imprese, alle università, alle associazioni e al mondo del volontariato, se ciascuno continuerà a muoversi da solo, i risultati saranno inevitabilmente limitati.
Se invece queste realtà sapranno condividere una visione, Spoleto potrà affrontare con maggiore forza le grandi sfide dei prossimi anni. Il Festival, in questo quadro, rappresenta il nostro principale ambasciatore internazionale. Ma attorno ad esso può svilupparsi un progetto molto più ampio, capace di unire cultura, formazione, innovazione, ricerca e sviluppo economico.
Non teme sia una visione troppo ambiziosa?
Le città crescono quando qualcuno ha il coraggio di immaginarle diverse da come sono, del resto, anche Gian Carlo Menotti, quando concepì il Festival dei Due Mondi, inseguiva un’idea che allora sembrava quasi impossibile e invece eccoci qua. Naturalmente nessuno costruisce il futuro da solo ma servono istituzioni credibili, amministrazioni lungimiranti, imprese, cittadini e una comunità capace di riconoscersi in un progetto comune.
Quale messaggio vorrebbe lanciare ai suoi concittadini?
Vorrei che Spoleto guardasse al proprio passato con orgoglio, ma al proprio futuro con ancora maggiore fiducia, abbiamo una storia straordinaria, ma la storia, da sola, non basta, occorre trasformarla in una prospettiva. Mi piacerebbe una città sempre più aperta al mondo, meglio collegata, capace di attrarre giovani, famiglie, imprese e investimenti, con un Festival sempre più autorevole e una rete di istituzioni che collaborino stabilmente per lo sviluppo del territorio.
Credo che questa sia la sfida dei prossimi anni: fare sistema, se riusciremo a consegnare ai nostri giovani una Spoleto più forte, più autorevole, più solidale e più capace di guardare al futuro, allora avremo fatto il nostro dovere.
Queste risposte sembra quasi un programma politico. Sarebbe interessato ad una candidatura per le amministrative della primavera 2027, sempre che la maggioranza sorregga fino alla naturale scadenza l’attuale giunta?
Non sono disponibile per un simile impegno, ma le racconto un aneddoto. Quando il caro e indimenticato amico Fabrizio Cardarelli stava decidendo se candidarsi lo spinsi in tutti i modi perché lo ritenevo la persona giusta per rilanciare Spoleto. Quando vinse lo aiutai su tante cose "romane" e gli fui vicino nel formare la giunta proponendogli di valutare, anche se non aveva bisogno dei miei consigli per decidere al meglio, un paio di nominativi quali assessori alla cultura (il Premio Oscar Gianni Quaranta che accettò e che venne poi sostituito dalla oggi europarlamentare dem Camilla Laureti n.d.r.). Cardarelli è stato un grande Sindaco, nonostante il devastante terremoto che colpì l'Italia Centrale, riuscì a dare un forte impulso alla crescita della città al di là degli schieramenti politici, è un esempio per tutti.
Mi piacerebbe si ripartisse da quello spirito, da quella visione, chi sia sia il prossimo sindaco. Le comunità, come le aziende crescono quando qualcuno si rimbocca le maniche, ha capacità e visione d'insieme e, non da ultimo, riesce a coinvolgere ogni cittadino, ogni dipendente, facendolo sentire al centro dell'attenzione. Fare sistema è questo e Spoleto ha tutte le potenzialità per saperlo fare.
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