C'è stato un tempo non lontano, nel 2018 per la 72esima edizione, in cui il Lirico Sperimentale di Spoleto mise in scena una deliziosa “cialtroneria” di Jacques Offenbach dal titolo Ba-Ta-Clan. Si tratta della prima operetta buffa di Offenbach, in cui il tema portante sono le cosiddette chinoiserie, orientalismi esagerati che il pubblico apprezzava per l'evidente contrasto con la vita europea. Il regista di quella edizione era il vulcanico Giorgio Bongiovanni, una delle presenze solide del lirico delle ultime edizioni, che in uno slancio divulgativo, per il pubblico in sala, spiegò così l'ambientazione dell'operetta: “Ci troviamo in un paese cinese, con alberi cinesi, tetti cinesi, cappelli cinesi, strade cinesi…”, e via elencando.
Una regia Briccona
Va da se che alla lettura dell'incipit nel libretto della Cantatrice Calva di Eugene Ionesco, con la musica di Luciano Chailly, al suo debutto spoletino per l'80esima edizione, ieri 4 settembre, e con la regia (oltre scene, costumi e luci) dello spumeggiante Pier Luigi Pizzi- in total white, ca va sans dire-, ci sia tornata in mente proprio la chinoiserie di Ba-Ta-Clan.
Si legge quindi nella prima pagina del libretto, “Interno borghese inglese, con poltrone inglesi, serata inglese...”, e a seguire una vera orgia di pipe inglesi, cappelli inglesi, giornali inglesi, baffetti inglesi, calze inglesi e persino un lungo silenzio inglese con pendola che batte colpi...inglesi!
Che il M° Pier Luigi Pizzi fosse un regista spiritoso e aperto al mondo, al limite della bricconeria, ne avevamo contezza. Ma che riuscisse ad “abusare elegantemente” del simbolo prediletto della “perfida Albione”, la Union Jack, in modo così invadente e al tempo stesso divertente non ce lo potevamo immaginare. Vale sempre la regola del “se devi farla (la cialtronata) allora falla grossa!”
Chi ha visto la scena ed i costumi, suppellettili di scena incluse, non potrà che rimanere ad occhi sgranati. Al punto che la geometria implicita della Union Jack sembra essere una scena nella scena cambiando il piano dell'osservazione del pubblico al limite della confusione ottica.
E se non bastasse l'ambientazione cosiddetta, la caratterizzazione dei personaggi voluta da Pizzi è una ulteriore prova di “aggressione” alle certezze del pubblico, che si ritrova nel dubbio se ridere a crepapelle o mantenere un contegno inglese, ovviamente.
Dio solo sa cosa passava per la testa al M° Pizzi, che tuttavia le azzecca tutte e oltretutto non è perseguibile per induzione allo sghignazzo. Possiamo solo azzardare, come chiave interpretativa da giornalista di campagna, che vista l'autorevole età del Maestro, si sia scatenata in lui la fanciullezza di ritorno, quella che ti impone di dire e fare tutto ciò che ti ha sempre costituito ma che a volte non si è avuto il coraggio di mettere in atto.
La Cantatrice calva...che si pettina sempre allo stesso modo!
Se il lettore ha per caso pensato di leggere il racconto di una storia, anche un po' triste, dedicata ad una cantante affetta da alopecia, allora è bene chiarire che siamo in presenza di un testo teatrale, quello appunto di Eugene Ionesco, che è forse una delle piece più rappresentate al mondo del Teatro dell'Assurdo, ovvero la messa in scena di ogni sorta di insensatezza semantica e del linguaggio, la rottura del testo che mette in luce la evidente limitatezza del linguaggio, la incomprensione del medium comunicativo al punto da diventare altro dall'udibile, una onomatopea del pensiero che si sposa perfettamente con i tempi della musica, a questo punto meglio se ritmata, a tratti atonale o contrappuntata.
A voler essere generosi, diciamo pure che si tratta di una evoluzione pensosa delle ben più note Parolibere Futuriste. V'è peraltro, in parte, un certo contesto storico ed intellettuale in cui questo pensiero di Ionesco matura ed è riferibile alle amicizie di lunga data dello stesso con Emil Cioran e Mircea Eliade. Senza dimenticare che Ionesco fu dal 1941 al 1944 dipendente dell'Ambasciata romena presso il vituperato governo collaborazionista di Vichy. Non a caso fu anche definito “Anarchico di destra”.
La Cantatrice Calva si presta così ad essere il testo perfetto per la musica straordinaria del compositore Luciano Chailly. Il debutto teatrale è del 1950 (fu un insuccesso clamoroso), ma l'Opera da camera viene eseguita per la prima volta nel novembre del 1986 alla Kammeroper di Vienna. Indubbiamente distante da altri lavori del compositore ferrarese come Procedura Penale o Una domanda di Matrimonio, ma ugualmente affascinante per questa sorta di interdipendenza stretta tra suoni della parola detta e i tempi musicali in partitura a cui si aggiunge un cantato che esplora ogni possibile scala e modulazione, come se si fosse in cerca di ciò che sarà comprensibile per chi ascolta, non importa se pubblico o coprotagonista in scena. Va specificato che l'Opera da camera in un atto del duo Ionesco -Chailly è uno straordinario incontro di due intelletti di grande spessore e spiccata curiosità. Scrive Ionesco a Chailly, “La Cantatrice Calva non è uno scherzo, e lei non ha fatto (composto) uno scherzo. Perchè? Perchè è una opera assurda e l'opera assurda più è assurda, più deve essere seria. Ma la sua serietà è graziosa, ricca di sfumature, assai lieve e grave allo stesso tempo. La sua musica ha riunito qualità opposte che hanno formato un insieme per me ammirevole”. E non è necessario aggiungere altro su questo rapporto fruttuoso.
L'ultima cosa, una nota curiosa che ci ronza in testa da ieri sera, è relativa alla Variazione 15 dell'opera in cui uno dei personaggi, il Capitano dei Pompieri, declama l'aneddoto del Raffreddore.
Per qualche motivo la velocità del recitato (lo sprachgesang) lo rende straordinariamente antesignano (ma solo di qualche anno) dello stile Hip Hop e Jazz Rap della prima ora negli States.
L'esempio più calzante del nostro ronzio mentale è Stakes is High (1996) dei De La Soul. In una base continua ritmica e sempre uguale, in premessa e ritornello, si dipana un discorso mediato dai beat.
Un pompiere rappatore...geniale! E meno male che la “Cantatrice Calva, si pettina sempre allo stesso modo (scrive Ionesco)”.
Il Cast e tutto il resto
Abbiamo sempre detto che per scelta volontaria non avremmo più elencato pregi o difetti dei protagonisti-cantanti dei lavori del Lirico, per il rispetto che gli è dovuto in quanto studenti e neofiti della materia, seppur vincitori di Concorso.
Ma per l'80esima edizione ci concediamo uno strappo alla regola.
Nel debutto del 4 settembre abbiamo potuto assistere alla bravura di un cast davvero di altissimo livello e non solo per i difficili passaggi del cantato, ma soprattutto per la malleabilità attoriale favorita dal pugno di ferro del M° Pizzi, che non è una mammola nel caso delle posture di scena.
Il Signor Smith-Nicola Di Filippo, in grazia di Dio nella voce e negli spasmi fisici richiesti dalla regia per la bisogna. La Signora Smith- Simone van Seumeren, con una voce talmente potente “a freddo” da lasciare tutti a bocca aperta in una delle prime variazioni.
Il Signor Martin-Davide Peroni e la Signora Martin-Rosa D'Alise, fascinosi, assolutamente empatici e complementari, con voci squillanti, per quanto assurdi (o volutamente impegnati in un gioco di ruolo sessuale) nel loro dialogo delle Variazioni 5-6-7.
Mary (la cameriera)-Giorgia Cavaliere, maliarda e maliziosa in voce e atti, al punto da essere poco inglese e molto più servetta del genere Intermezzo barocco (a proposito Lirico Sperimentale, ci dichiariamo orfani inconsolabili del genere). Mary farà il gioco del “fuoco” (lei lo appicca ovviamente) con il Capitano dei Pompieri e nella Variazione 16 afferma con voce soffiata “Sono il suo spruzzetto d'acqua”, mentre il Pompiere sta per avere un mutamento di stato riproduttivo.
Ed infine il suddetto Capitano dei Pompieri-Davide Romeo, assoluto protagonista in mutanda su stivali lucidi color blu elettrico e spalline aumentate come negli anni '80. Una delizia vocale e recitativa che ci riserva anche la rappatura sopra ricordata.
Menzione d'onore per la protagonista -non protagonista, la Cantatrice calva-Beatrice Caterino che canterà degnamente la sua presenza nell'Opera ma fuori scena.
Non abbiamo da dire molto di più di ciò che tutti i critici musicali già hanno scritto della straordinaria capacità interpretativa e di approfondimento del Direttore d'Orchestra, il M° Marco Angius. Bacchetta autorevolissima nel mondo delle composizioni contemporanee ed anche lui colonna da molti anni dello Sperimentale, al quale presta sempre volentieri la sua sapienza, anche per spirito di servizio.
Orchestra Calamani sorprendente come sempre e assolutamente malleabile ai generi con i suoi professori di primo livello.
Repliche da non perdere e…God save the King!
Polemichetta finale
E' una vergogna assoluta il fatto che il Comune di Spoleto abbia dovuto emettere una ordinanza che prevede l'apertura obbligatoria delle porta dei palchi del Caio Melisso durante lo spettacolo.
Non staremo a perdere del tempo a spiegare a chi di dovere cosa questo significhi in termini di distrazione e rumori improvvidi per gli artisti che hanno invece bisogno della massima concentrazione, oltre al disturbo arrecato allo spettatore che si distrae mentre qualcuno (per lavoro beninteso) debba passare nel corridoio dei palchi.
Ci viene detto che la cosa si sia resa necessaria a causa di una indicazione specifica dei Vigili del Fuoco. Come si sia arrivati a tutto questo senza aver prima ottemperato e risolto il problema non siamo in grado di ricostruirlo al momento ma ovviamente prendiamo atto che l'ordinanza (come risoluzione di stampo puramente burocratico) è uno schiaffo a chi opera nel settore, soprattutto perchè nei contratti tra artisti e committenti una simile cosa potrebbe anche essere causa di annullamento dello spettacolo per mancanza di condizioni necessarie.
Crediamo ed auspichiamo che le istituzioni coinvolte siano in grado di dialogare tra loro in modo che questa vergogna venga rapidamente risolta con soluzioni semplici e sensate, tenendo conto che si sta parlando di una struttura, il Caio Melisso, che è difficilmente modificabile per la sua natura storico-architettonica.
Se siamo riusciti a far sparire il vecchio ristoro nel Foyer del Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti per fare spazio ad una fermata della Mobilità Alternativa, crediamo e siamo anzi sicuri che si potrà trovare una soluzione rapida, meno costosa e impattante anche per il Caio Melisso. E basta con le ordinanze buone solo a riparare le terga di qualche burocrate da responsabilità che almeno moralmente permangono intatte nella loro interezza.
Ci torneremo sopra in ogni caso!