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Nove lingue, una musica, nessuna frontiera: García-Fons incanta al Cambio Festival

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Scopri l'incantevole esibizione di García-Fons al Cambio Festival, un viaggio musicale tra Mediterraneo, Persia e Irlanda che abbatte ogni frontiera.

Nove lingue, una musica, nessuna frontiera: García-Fons incanta al Cambio Festival

Cambio Festival ha un sottotitolo che è quasi un programma politico: Frontiere Musicali. E se di frontiere si parla, la quarta serata di questa 26° edizione, al Castello dei Figli di Cambio a Palazzo di Assisi, le ha abbattute una a una. Sul palco, davanti a una piazza al completo, Renaud García-Fons ha portato Blue Maqam, il progetto con cui uno dei più grandi contrabbassisti viventi cuce insieme le due sponde del Mediterraneo, la Persia e perfino l'Irlanda. Il pubblico l'ha capito subito: gli applausi sono partiti più volte già durante i brani, a esecuzione ancora in corso, tanto era la bravura e il trasporto.

Un contrabbasso che diventa orchestra

García-Fons suona un contrabbasso a cinque corde come nessun altro: archetto battuto e corde pizzicate, vibrato corto e ritmato, il basso usato come una percussione, le corde che raccontano un viaggio lungo e ricco di messaggi. Il solista che diventa un quartetto, ed è già una geografia: alle percussioni Jean-Luc Di Fraya — cognome napoletano, ma marsigliese di nascita — e, alla marimba e al vibrafono, Stéphan Caracci. E poi lei, Soléa García-Fons, la voce: figlia di Renaud, ha riportato il canto nel mondo strumentale del padre, diventando insieme voce, strumento e corpo, fino a un flamenco danzato in cui il gesto stesso si fa musica.

Il viaggio, lingua dopo lingua

Il programma del concerto — che ricalca l'album Blue Maqam del 2024 — è una traversata in nove lingue cantate. Si apre con la costa lontana della Grecia (Makrini Akti) e lo slancio inglese di Towards a New World; poi Tomate el Tiempo, una preghiera per la pace in ebraico e arabo (Salam al Haolam), la Persia di una poesia di Rumi (Hame Chab) e l'Irlanda di un "momento di pace" in gaelico (Noimead Siochana), fino a Enamorada, duetto di sola voce e contrabbasso in cui padre e figlia si rispondono. C'è spazio per uno strumentale di contrabbasso solo che mescola India e Cuba, intitolato Orisha dal nome delle divinità afro-cubane che hanno dato vita alla Santería sudamericana, per vocalizzi etnici e pattern ritmici fuori dal comune — un jazz che sembra improvvisato e non lo è. E c'è, incastonata, Alicante, dai versi di Jacques Prévert: la breve, sensuale poesia d'amore di Paroles. A chiudere, per il bis, un pezzo in italiano dedicato a Roma, la Città Eterna (Citta Eterna). Non è un caso che convivano Rumi, il mistico persiano del Duecento che canta l'amore come slancio verso l'assoluto, e Prévert, il francese di Paroles fatto di piccole cose quotidiane: metterli sullo stesso palco è già dire che le frontiere sono solo linee sulle mappe e che il tempo, in fondo, non esiste.

Il festival che porta il mondo in un castello

A rendere possibile tutto questo è un festival nato, come ha ricordato la vicepresidente Valentina Morelli, "dalla passione di un gruppo di ragazzi uniti dall'amore per la musica", che continua "con grande forza e costanza". Il portavoce Francesco Raspa ha raccontato di aver inseguito a lungo questo gruppo prima di riuscire a "farlo atterrare" sul palco di Cambio: un progetto "dedicato al Mediterraneo, alla Persia, fino all'Irlanda e ritorno". Il bilancio, per gli organizzatori, è pieno: "La magia di Cambio Festival è tornata".

E il festival non si ferma. Dopo la prima serata di giugno e le tre serate al Castello (16-18 luglio, con il Paolo Ricca Group e David Cross, l'Antonio Forcione Quartet e infine García-Fons), gli appuntamenti proseguono a Costa di Trex il 9 agosto con il progetto balcanico Gipsy di Ajde Zora e il 10 agosto con la Perugia Big Band diretta da Riccardo Catria, oltre venti elementi sul palco.

C'è poi il nuovo format Cambio Parole, dedicato al pensiero critico sul tema della "Rivoluzione": aperto il 10 luglio da Raffaele Di Marzio, prosegue il 24 luglio al giardino di Palazzo Minciotti, con Samuele Chiovoloni, poi il 4 settembre al Sacro Convento con Simone Andreozzi e il 13 novembre a Bettona. Un modo per ricordare che un festival di frontiera non abbatte solo i confini tra generi musicali, ma anche quelli tra le idee.