“Da tavolo di monitoraggio è diventato tavolo di emergenza. Andava fatto molto tempo prima. Noi avevamo già segnalato alla Regione i ritardi ma non ci hanno ascoltati. Dal 28 non usciranno soluzioni” così Alessandro Rampiconi, Segretario Generale FIOM-CGIL di Terni commenta ai microfoni di Tuttoggi quali saranno i possibili temi nel tavolo di confronto del 28 settembre tra Ministero delle Imprese e Comitato esecutivo dei sottoscrittori dell’Accordo di programma Ast-Arvedi. Non nasconde le critiche, i tempi lunghi e persi, i ritardi e tutto quello è accaduto prima dell’allarme dell’ad Menecali sui costi dell’energia sempre più alti. Non sono parole che lasciano dubbi sul rimpallo di responsabilità tra Regione e Ministero, sul monitoraggio previsto e mai fatto, sullo “scaricabarile” tra Ministero e Regione, “se la Regione si fosse imposta e avesse chiamato un tavolo di monitoraggio qualche mese fa, forse oggi sarebbero più evidenti le responsabilità” e sull’inefficienza del Comune di Terni che “parlava di stadio-clinica mentre intere filiere produttive erano in in crisi e l’Ast doveva definire i contorni dell’accordo di programma. Tutte le istituzioni e di tutti i colori sono state inadeguate”. E infine sui rischi dell’occupazione a causa dei costo dell’energia: “Se anche un solo lavoratore ci rimette salta tutto”.
Quali sono i macro temi sul tavolo del 28 settembre?
“Il tavolo è assolutamente tardivo rispetto alle tematiche poste. Non c’è solo l’energia come tema. Le organizzazioni sindacali nazionali già il 26 gennaio 2026 avevano inviato al Ministero la richiesta di attivare un tavolo di monitoraggio sull’Accordo di programma, chiuso l’11 giugno 2025 e firmato a luglio nel quale era stato aggiunto anche un articolo che lo prevedeva. A gennaio la nostra prima richiesta è stata completamente disattesa dal Ministero. Oggi viene convocata perché l’ad di Ast, Dimitri Menecali evidenzia una delle criticità che noi avevamo evidenziato. All’interno dell’accordo la questione energia in buona parte veniva risolta dalla società mista pubblico-privato e l’uso del bacino di Galleto per avere un 30% di energia a tariffa agevolata, erano poi previsti i contratti di sviluppo che dovevano aiutare gli investimenti, uno sul magnetico, uno sulla decarbonizzazione degli impianti e uno sull’ambiente. E che dovevano essere finanziati dal Governo, oltre alla tariffa agevolata per i siderurgici “da rottame”. Tutto questo doveva essere monitorato, non sappiamo se quello che era scritto nell’accordo sia stato fatto o meno. Il tavolo a gennaio serviva a capire, dopo 6 mesi dalla firma dell’accordo di programma, se questi contratti erano stati avviati. Gli investimenti stanno andando avanti, ma non sappiamo quanto ci sia di contributo del governo e conosciamo i passi che ha fatto la Regione sulle questioni ambientali perché ci hanno convocato in due riunioni e in entrambe avevamo concluso il confronto dicendo: “chiedete anche voi il tavolo di monitoraggio perché non si può discutere di programma a pezzi, abbiamo bisogno di una visione complessiva”.
E la Regione che vi ha risposto?
“Con la Regione ci siamo confrontati 3 volte in 14 mesi. In tutti gli incontri abbiamo detto alla Regione di chiedere il monitoraggio, ma l’appello è caduto nel vuoto. Ci dicevano “si è opportuno, provvederemo” ma non si è mai determinato nulla. C’è uno scaricabarile tra Ministero e Regione, se la Regione si fosse imposta a chiamare un tavolo di monitoraggio qualche mese fa, forse oggi sarebbero state più evidenti le responsabilità. Noi siamo stati spettatori dell’accordo di programma non siamo tra i firmatari, siamo stati però gli unici come FIOM e CGIL a dire, pochi mesi dopo la sottoscrizione dell’accordo, che qualcosa scricchiolava rispetto ai problemi dell’immediato. Ad esempio si chiariva cosa sarebbe successo da qui al 2030, ma su come ci si arrivava al 2030 c’era un alone di mistero che nessuno ha saputo illuminare. Questo dell’energia era uno dei nodi che andava sciolto prima”.
E’ stata poco incisiva?
“Non è stata all’altezza dei problemi che gli abbiamo evidenziato perché hanno fatto vedere i progressi dal loro punto di vista, ma se non li metti in rete anche con gli altri soggetti istituzionali stai facendo un lavoro che non consegna un quadro d’insieme che è d’obbligo. Tra l’altro prevedi che ci debba essere un tavolo di monitoraggio. E’ una leggerezza sia della Regione che del Ministero e anche dal Comune di Terni che in questi mesi invece di chiedere alla Regione di farsi carico di andare al tavolo di monitoraggio si è rimpallato l’Assessore tra l’ASM e assessorato, ha parlato di stadio-clinica mentre avevamo intere filiere produttive in crisi con l’Ast che doveva definire il contorno dell’accordo di programma. Le istituzioni di tutti i colori sono state inadeguate”.
Cosa vi aspettate da questo tavolo?
“Da tavolo di monitoraggio è diventato un tavolo di emergenza. Ci sarà un rimpallo di responsabilità non credo usciranno delle soluzioni Non mi aspetto molto da questi incontri convocati così perché non hanno più lo scopo di essere un monitoraggio ma è un mettere delle pezze a emergenze che si sono venute a creare con l’aumento dei costi dell’energia. L’unica cosa positiva che forse uscirà è stabilire chi tiene il cerino in mano da qui al 2029, che era uno degli elementi che noi avevamo posto sin dall’inizio. Uno dei macro-temi era “Come arriviamo al 2030 con la società misto pubblico privato che deve gestire il bacino idroelettrico di Galleto?” Altro tema fondamentale era come si affrontava dal punto di vista produttivo la transizione ecologica e come si puntava sulla decarbonizzazione che era il cuore dell’Accordo di programma. Non si può decarbonizzare come è stato fatto da altre parti acquisendo quote verdi di CO2 compensando con i certificati verdi, dobbiamo pensare a una struttura del futuro che sia meno impattante possibile, anche rispetto alle questioni di Prisciano, con impianti a idrogeno e avere uno stabilimento siderurgico a ridosso di una città, compatibile con l’ambiente ma in grado di aumentare i livelli produttivi. Se anche solo un tassello dell’accordo di programma non va nella direzione giusta, tutto il processo si ferma con il rischio del blocco degli investimenti e dei livelli occupazionali collegati”.
Fino a che Ast non ha posto il problema dell’energia non era utile questo tavolo, ora sì. Il 28 chiederemo conto al Ministero del perché non ci ha convocati in tutti questi mesi, visto che era previsto nell’accordo di programma. Poi bisognerà capire le responsabilità del mancato funzionamento dell’accordo di programma se ce ne sono, e se stiamo parlando del suo mancato funzionamento. Più di questo non otterremo. So che Ast si era impegnata a fare investimenti e a mantenere i livelli occupazionali e a oggi questi impegni sono stati portati a casa. Non è stata fatta un’ora di cassa integrazione, sono stati stabilizzati quasi 230 lavoratori somministrati, ne mancano ancora circa 160
Qual è l’investimento previsto nell’accordo di programma per l’ambiente?
“Rispetto ai 500 milioni di investimenti previsti, quelli ambientali sono poco meno di 100 milioni, la parte più importante in termini di volume riguarda la copertura del parco scorie per le polveri di Prisciano e la questione dell’ampliamento della discarica”.
Quali sarebbero le soluzioni?
“Per Ast quella di andare a vendere i propri prodotti in concorrenza con i competitor europei avendo costi dell’energia calmierati rispetto ai prezzi di mercato. Qui c’è anche il tema dell’Eu e degli aiuti di stato che non devono essere rivolti alle aziende, sono nodi che non saranno sciolti nelle prossime ore”.
Quando è stato sottoscritto l’accordo di programma quali erano le istanze più urgenti che chiedevate?
“La messa a terra del piano industriale, che in effetti poi c’è stata nel confronto con le aziende, le misure immediate per sostenere gli investimenti previsti nell’accordo, anche se poi nessuno aveva contezza di come venissero calati all’interno del quotidiano e come andavano avanti gli investimenti di Ast. Questi contratti di sviluppo non li conosciamo così come non conosciamo l’iter che ha portato alla normativa della defiscalizzazione o dei contributi. Abbiamo detto da subito mettiamoci intorno a un tavolo per verificare che tutti gli ingranaggi potessero girare nel senso giusto. Questo non ci è stato consentito e oggi si lancia un allarme, cogliamo l’occasione per fare una valutazione dell’accordo di programma ma dopo un anno e mezzo dalla sottoscrizione abbiamo poco da monitorare per vedere gli effetti di quello che è successo. Gli impegni delle istituzioni non li abbiamo conosciuti”.
C’è un rischio ex Ilva con la sua gestione fallimentare, una vicenda che si è protratta per anni senza risultati tra acquisizione dello Stato, acquirenti privati e blocco degli altiforni?
“Abbiamo delle condizioni di partenza completamente diverse ma gli impianti hanno lo stesso impatto sociale: l’indebolimento della siderurgia in un territorio in cui il sistema industriale è in crisi. La siderurgia era uno di quegli elementi che grazie agli investimenti di Arvedi aveva un minimo di controtendenza rispetto al declino industriale di Terni. Se si fermano questi investimenti noi abbiamo un ulteriore indebolimento del tessuto sociale ed economico che ci mette in ginocchio, sarà difficile recuperare con lo stadio-clinica il gap di occupati di lavoro di qualità. C’è già una sofferenza innestata, con la siderurgia che si ferma andiamo al crollo”.
I livelli di occupazione saranno garantiti? O temete che dal tavolo emergano tagli?
“Stiamo facendo un’operazione per stabilizzare 180 somministrati (non dipendenti diretti di Ast ma chiamati per i picchi produttivi), anche se si ferma la stabilizzazione di questi ultimi per noi è un dramma sociale. Attualmente ci sono circa 2.400 dipendenti diretti e un migliaio che vengono dell’indotto. Dalle dichiarazioni che ha fatto l’ad se dovesse continuare questo incremento dei costi dell’energia elettrica e del gas, fondamentali per andare sul mercato europeo insieme agli altri 3 soggetti, si mettono in discussione sia gli investimenti che i livelli di occupazione. Il costo dell’energia elettrica in una competizione nazionale lo paghiamo tutti di più, ma all’estero ti limita ancora di più con costi triplicati rispetto a Francia, Norvegia e Finlandia. Vediamo se è un fuoco di paglia. Continuiamo a stare in un paese che non ha un’idea di una politica industriale complessiva, non ha una politica nazionale sull’energia, i problemi non si risolvono con qualche giorno. Se fosse vero l’allarme di Menecali abbiamo da preoccuparci perché i lavoratori pagano la crisi due volte. Se anche un solo operaio perdesse il lavoro per la questione dei costi energetici per noi è troppo, salta l’accordo di programma e la stagione di una pace sociale che doveva aiutare gli investimenti. Sulla pelle dei lavoratori non si fa campagna elettorale”.
Tra le opzioni per ridurre i costi energetici è previsto lo smantellamento dell’area a caldo?
“E’ un tema più volte discusso. Un tempo si importavano i semilavorati, le cosiddette “bramme” (parallelepipedi di 7 metri di acciaio che diventano rotoli) che produciamo a Terni dall’Indonesia, perché erano a prezzi competitivi, fermando però l’area a caldo che fortunatamente non ha prodotto né esuberi, né interruzione del lavoro, né cassa integrazione. Se la crisi però diventa strutturale, il primo reparto che viene colpito è l’area a caldo. Nel 2026 le importazioni di queste bramme sono state ridotte o eliminate con i dazi e con la direttiva Eu della “carbon tax” per i prodotti extra europei, ma con i livelli di oggi del prezzo dell’energia anche con i dazi le bramme potrebbero tornare a prezzi vantaggiosi”.