Una ricerca sulla diaspora giovanile umbra prova a cambiare prospettiva sul fenomeno dell’emigrazione. I dati Istat analizzati da Francesco Berni, urbanista della Stranieri di Perugia, e Alessandro Latterini, sociologo dell’Università degli studi di Firenze, mostrano che se 10.000 residenti under 40, un quarto deiquali laureati, hanno lasciato l’Umbria tra il 2013 e il 2022, molti di loro sarebbero disposti a contribuire allo sviluppo del territorio d’origine.
Una diaspora silenziosa nel cuore verde d’Italia
L’Umbria perde giovani. È un fenomeno che negli ultimi anni ha assunto dimensioni strutturali e che si inserisce in un quadro socio-economico regionale segnato da fragilità demografiche e difficoltà del mercato del lavoro. Un processo che si colloca, inoltre, in un contesto nel quale il territorio è stato recentemente riconosciuto come “Zona Economica Speciale” (ZES) ai sensi della legge 18 novembre 2025, n. 171.
Tra il 2013 e il 2022 oltre 10.000 residenti con meno di 40 anni hanno lasciato la regione. Di questi, il 25,3% era in possesso di un titolo di laurea (Istat, 2024). Il fenomeno trova ulteriore conferma in un recente studio dell’Agenzia Umbra Ricerche. Tra il 2002 e il 2024, circa 40.000 cittadini umbri hanno lasciato il territorio per trasferirsi all’estero e quasi la metà appartiene alla fascia dei giovani adulti.
Rispetto a quanto avviene in diverse regioni del Mezzogiorno, l’intensità del fenomeno umbro è più contenuta. Ma il rischio è quello di una progressiva erosione del capitale umano e sociale della regione, con conseguenze sulla capacità di innovazione e di rilancio del sistema territoriale (Bagnasco et al., 2001).
Ma cosa succede a chi parte? Quali sono le ragioni della scelta? E, soprattutto, il legame con l’Umbria si interrompe davvero?
Non solo fuga: la possibilità di una “circolazione dei cervelli”
La risposta è che la diaspora giovanile potrebbe anche essere una risorsa per il territori. Da un lato ci sono meno residenti, meno competenze, meno capitale umano e, nel lungo periodo, meno capacità di generare innovazione. Dall’altro, chi parte acquisisce nuove competenze, costruisce relazioni professionali, entra in contatto con altri contesti economici e culturali e può sviluppare conoscenze che, almeno potenzialmente, continuano ad avere un valore anche per il territorio di origine. La ricerca di Berni e Latterini propone proprio questa prospettiva: considerare i giovani umbri emigrati come possibili agenti di cambiamento e come una rete di ambassadors del territorio, capace di contribuire alla definizione delle politiche regionali anche vivendo altrove.
Un'indagine su 140 giovani umbri
I due studiosi si sono rivolti a un campione mirato di 140 persone. Il campione presenta una distribuzione di genere equilibrata e una prevalenza delle fasce d’età intermedie e superiori. Il 66% dei rispondenti ha tra 31 e 40 anni, mentre il 38% ha un’età compresa tra 31 e 35 anni.
Per quanto riguarda la residenza, il 59% dei partecipanti ha trasferito formalmente la residenza fuori dall’Umbria, mentre il 41% mantiene la residenza regionale pur lavorando altrove. Un altro elemento particolarmente rilevante riguarda il livello di istruzione: oltre il 75% dei partecipanti possiede una formazione universitaria o post-universitaria. Il questionario, composto da domande aperte e chiuse, ha affrontato diversi aspetti della vita dei giovani umbri residenti fuori regione: dalla situazione anagrafica e lavorativa alle motivazioni della partenza, dalle condizioni abitative alla percezione dell’Umbria, passando per mobilità, infrastrutture, possibilità di rientro e rapporto con il territorio d’origine. Una parte specifica dell'indagine ha riguardato anche la disponibilità a contribuire allo sviluppo dell’Umbria pur vivendo fuori regione.
Perché i giovani qualificati partono
Le motivazioni dichiarate dagli intervistati sono soprattutto professionali. La crescita professionale è indicata dall’80% dei partecipanti, seguita dalle opportunità di lavoro, indicate dal 79%. L’alta formazione rappresenta una motivazione per il 68%, mentre il 57% indica una maggiore retribuzione.
Le traiettorie di mobilità si concentrano soprattutto verso i principali nodi urbani e occupazionali italiani ed esteri: Milano, Roma, Bologna e Torino sono le destinazioni preferite in Italia, mentre all’estero si preferisce Londra, Parigi, Berlino e Bruxelles.
La partenza, dunque, appare strettamente collegata alla ricerca di opportunità professionali, formative ed economiche assenti in Umbria, ma non sempre trasferimento viene raccontato esclusivamente in termini positivi. Il 66,18% degli intervistati esprime un’elevata soddisfazione per la qualità della vita nei luoghi di destinazione. Ma emergono anche alcune criticità: il costo dell’abitare, la precarietà delle relazioni personali e la difficoltà di collegamento con l’Umbria.
A questi elementi si aggiungono traffico, smog, ritmi di vita più stressanti e una minore disponibilità di spazi naturali (Capuano, 2012; SVIMEZ, 2024).
Un territorio apprezzato, ma difficile da raggiungere
Proprio da qui si può far leva per il ruolo di “ambassador dell’Umbria”: gli intervistati apprezzano la qualità ambientale e paesaggistica, la bassa densità abitativa e ritmi di vita percepiti come più tranquilli rispetto a quelli delle grandi aree metropolitane a fronte di problemi con la viabilità - una forte dipendenza dall’automobile e una percezione di insufficienza del trasporto pubblico. Se la mobilità interna è un problema, non va meglio con i collegamenti umbri da e per altre destinazioni, senza considerare i bassi salari e la percezione di dinamiche professionali condizionate da relazioni informali (AUR, 2021), fattori che contribuiscono a influenzare negativamente la fiducia nelle istituzioni umbre.
Il dato più significativo: l'85% vuole ancora contribuire. Quale ruolo per le istituzioni?
Alla domanda sulla disponibilità a contribuire allo sviluppo dell’Umbria anche vivendo altrove, l’85% degli intervistati ha risposto positivamente. La mobilità non implica necessariamente una rottura con il territorio d’origine – dove rimangono rapporti personali e familiari. Le competenze acquisite, le relazioni professionali costruite e le conoscenze maturate altrove possono continuare a produrre valore per l’Umbria attraverso reti, collaborazioni e, eventualmente, percorsi di rientro.
È il paradigma della cosiddetta “circolazione dei cervelli” (Gretter et al., 2019): se non si può convincere i giovani a tornare, andrebbero costruite le condizioni affinché chi è partito possa continuare a essere parte della comunità regionale.
La ricerca evidenzia la frammentazione delle esperienze individuali, l’assenza di luoghi di incontro e la mancanza di dispositivi organizzativi dedicati come elementi che limitano la possibilità per la diaspora di auto-organizzarsi e incidere concretamente sui processi di sviluppo regionale. Per questo, più che una rete esclusivamente dal basso, servirebbe invece un’infrastruttura istituzionale capace di favorire connessioni, continuità e riconoscimento reciproco.
Il possibile ruolo della Regione
In questa prospettiva, la Regione Umbria potrebbe assumere un ruolo diverso rispetto a quello tradizionale. Non soltanto politiche per trattenere i giovani o incentivarne il rientro, ma un modello nel quale l'istituzione pubblica agisce come piattaforma abilitante, mettendo in relazione amministrazione, diaspora, università, imprese e società civile.
È la prospettiva dell’“enabling state” (Bevir, 2009; Page, Wright, 2007), inserita in modelli di governance collaborativa e allargata (Foster, Iaione, 2022; Berni, De Franco, 2024). In questo schema, i giovani umbri che vivono fuori regione non sarebbero soltanto destinatari delle politiche pubbliche, ma potrebbero diventare partner permanenti nella definizione delle strategie territoriali. La costruenda “rete regionale della diaspora umbra” non sarebbe solo una comunità di expat, ma una vera infrastruttura civica per la co-creazione e la co-produzione di politiche pubbliche regionali (Voorberg et al., 2015; Bovaird, 2007).
La rete potrebbe favorire lo scambio di competenze, contribuire all’attrazione di investimenti e professionalità, rafforzare la promozione internazionale dell’Umbria e sperimentare nuove forme di partecipazione digitale. E come detto, gli aderenti sarebbero ambassadors del territorio, mantenendo aperto il rapporto tra chi vive in Umbria e chi, per studio o lavoro, ha costruito la propria vita altrove.
“La ricerca evidenzia, tuttavia - conclude lo studio - offre anche un’ambivalenza. Pur emergendo aperture verso pratiche collaborative, mutualistiche e orientate ai beni comuni, permane un immaginario ancora prevalentemente “growth-oriented” senza una sistematica messa in discussione del modello di sviluppo né una sua critica strutturale. I risultati offrono una prima base empirica per interpretare la diaspora giovanile non esclusivamente come sintomo del declino demografico, ma come possibile infrastruttura sociale per l'innovazione istituzionale”.