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Lirico Sperimentale Spoleto, debutta con successo l'Elisir d'Amore di Donizzetti. Quando l'opera è "altro da sé"

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Composta in fretta e furia (14 giorni) diventa quasi subito un successo sebbene la sua natura fosse un tappabuchi al Teatro della Canobbiana, nel 1832.

Lirico Sperimentale Spoleto, debutta con successo l'Elisir d'Amore di Donizzetti. Quando l'opera è "altro da sé"

Deve essere una sorta di condanna sempiterna quella per cui l'Elisir d'amore di Gaetano Donizzetti non è mai ciò che deve o doveva essere fino in fondo.

Composta in fretta e furia (14 giorni) dal celebre compositore bergamasco per la commissione dell'impresario Alessandro Lanari, su libretto di Felice Romani (che per non correre troppi rischi riadatta un lavoro operistico francese Le Philtre, petit Opera di Daniel Auber), diventa quasi subito un successo sebbene la sua natura fosse di opera tappabuchi per la stagione del Teatro della Canobbiana di Milano, nel 1832. Un colpaccio dell'ultimo momento di cui forse nessuno immaginava la riuscita.

Ciarlatani, sciamani e Medicine Man

Tutto con pregevoli riscoperte simili a quella del ciarlatano medievale, quello che nell'America del sud del tardo '800, del delta del Missisipi e a New Orleans fu il fenomeno strepitoso dei Medicine Man, venditori di intrugli disgustosi e pericolosi, spacciati per miracolosi. Per non parlare degli sciamani di ogni tempo ed ogni popolazione in cui permanevano segni evidenti di genealogico tribalismo primigenio.

L'Elisir donizzettiano poi non scampa nemmeno dalla similitudine con la struttura drammaturgica tradizionale dell'Intermezzo barocco, in cui due contendenti profondamente diversi tra loro (uno sciupafemmine ed uno sentimentalone), si litigano le grazie e i favori di una pulzella birichina e maliziosetta.

Si fa difficoltà, in qualche misura, ad affermare con certezza granitica che questa Opera di Donizzetti sia dunque qualcosa di originale o autentico o di innovativo, avendo in sé simbolismi e segni che la rendono malleabile ad epoche ed esperienze sociali diverse. Nelle nostre vecchie letture ne ricordiamo una anche versata all’esoterismo alchemico, quasi un alter-ego del Flauto Magico di Mozart. Ma quella era anche una palese esagerazione induttiva legata al senso dell’Elisir.

Sarà per questo che la regista Laura Cosso, nell'edizione dell'Elisir d’Amore andato in scena alla sua prima, ieri 18 settembre al Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti di Spoleto in occasione della 80esima edizione della Stagione del Teatro Lirico “Adriano Belli”, ha optato per una collocazione della scena in un “modernariato”, a metà tra anni '60 e '70. Una interessante, sicuramente curiosa, commistione della swinging London beatlesiana, sciatteria hippy alla Aquarius (clicca qui per un esempio), pantaloni a zampa di elefante in abbondanza e tessuti optical di mamma da giovane.

Uno studio televisivo asciutto, in cui si girano commercial su disparati prodotti (dalla crostata, al gioco dei soldatini o ai telefoni colorati come i famosi Ericsson da tavolo) e in cui la dipinta e pittoresca fauna dei frequentatori si dedica volentieri a intrecci relazionali, nessuno escluso.

Saremmo dei “ciarlatani” da intruglio noi stessi, se ora non vi dicessimo che si fa una certa fatica a legare il tutto per una minima contestualizzazione che tenga conto del libretto e della composizione

E spieghiamo meglio: quando Nemorino canta la celeberrima “Una furtiva lacrima”, vederlo nello studio televisivo a luci quasi spente, vestito come un hippy durante una pausa del concertone di Woodstock, fa un certo effetto cronologico, tipo temporale improvviso che fa staccare il salvavita di casa. E imperscrutabile è anche un Dulcamara che proferisce la seguente:

“È questo l'odontalgico
mirabile liquore,
dei topi e delle cimici
possente distruttore,
i cui certificati
autentici, bollati
toccar, vedere e leggere
a ciaschedun farò”

Il tutto vestito di rosso acceso come un presentatore del circo Orfei.

Regie geometriche, nei bar, nei garage…e sulla spiaggia.

Sarà stata la lezione del compianto Giorgio Ferrara (già direttore artistico del Festival dei Due Mondi per 14 anni), quello delle regie geometriche che considerava insopportabili le opere classiche fatte negli uffici postali, nei bar, nelle banche o nei garage, alla ricerca di linguaggi nuovi inesistenti per definizione. O sarà il moto irrefrenabile di sorriso sornione che ci ha colti all'apparire del granitico Sergente Belcore, con pettinatura a banana e giubbotto alla Fonzie-Fonzarelli, o quel vago sentore di una situazione alla Grease per tutta l'opera, ecco che alla fine anche per noi notisti campagnoli, L'Elisir d'amore di Donizzetti si è di nuovo manifestato, ancora una volta nella sua lunga storia, per quel prorompente “altro da sé”.

Non c'è da meravigliarsi d'altronde. Nell'ormai distante 2018, allo Sferisterio di Macerata, andò in scena un Elisir con la regia di Damiano Michieletto (a cui assistemmo di persona, personalmente), in cui il blasonato regista collocò la scena sulla spiaggia (presumibilmente marchigiana) in uno dei tanti chalet (Da Adina) con ombrelloni, sdraio e fauna pop unta di crema solare d'ordinanza, mentre sulla battigia il ciarlatano Dulcamara scorrazzava con un gippone tamarro e l'elisir era confezionato direttamente in lattina, come una Red Bull qualsiasi.

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L’Elisir spoletino, “di si perfetta, di si rara qualità…”

Tuttavia applausi convinti a Spoleto per gli artefici infaticabili del Lirico Sperimentale che le provano tutte per coinvolgere il pubblico. E quello che ha riempito generosamente il Teatro Nuovo ieri sera, 18 settembre, ha mostrato di gradire incondizionatamente la proposta della sempre meritoria Istituzione lirica.

E brava la regia della Cosso a trovare il modo di far cantare in pieno confort i giovani virgulti del Lirico, ancora una volta apprezzatissimi e dal talento evidente.

Bravo lo scenografo Andrea Stanisci (una colonna portante del Lirico) che oltre a fondali “pubblicitari” evocativi introduce le varie ambientazioni, quasi un puntuale cronoprogramma, con strepitosi video di grande efficacia, girati e montati magistralmente da Niccolò Perini. Complice una regia luci di Eva Bruno che trova sempre un ombra o una lama di luce speciale per colpire lo spettatore.

Sempre “sul pezzo” la sapiente costumista Clelia De Angelis che fa i soliti miracoli per assecondare al meglio le indicazioni di regia.

Un commosso applauso da parte del qui presente-assente alla direzione orchestrale del M° Carlo Palleschi e alla Orchestra Filarmonica Umbra V. Calamani per una esecuzione dell'Elisir di grande misura e con un garbo difficile da mantenere quando è lo stesso Donizzetti a tentare il Direttore e gli orchestrali con improvvisi Sturm und Drang nei cambi di ritmo, antesignano di un certo “zumpappà zumpappà”, alla Giuseppe Verdi maniera. Encomiabili! E ancora una volta grazie al golfo mistico del Teatro Nuovo che tanto amava il M° Gian Carlo Menotti, per la rotondità del suono orchestrale prodotto. Ieri sera ne abbiamo avuto una nuova prova evidente.

Puntuali e di una precisione “militare” i componenti del Coro del Teatro Lirico, guidati dal M° Mauro Presazzi.

Tutti da seguire nelle loro carriere i protagonisti di questa edizione. Ognuno di loro ha delle caratteristiche uniche nella voce e nell'attorialità, che ne rendono speciale e tuttavia versatile ogni interpretazione:

Adina-Ariadna Vilardaga

Nemorino-Joaquin Cangemi

Belcore-Edoardo Di Cecco

Dulcamara-Davide Romeo

Giannetta-Benedetta Grasso

Insomma Applausi, applausi, applausi !

Ma siamo sicuri si trattasse dell’Elisir d’Amore?…mah, a saperlo!