Nel cimitero di Collescipoli riposa Virginia Fontana, conosciuta da tutti come la Sora Virginia. Tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, la sua fama superò i confini del Ternano: c’era chi la considerava una medium, chi una guaritrice, chi una veggente capace di entrare in un insolito stato di sonno ipnotico e chi, semplicemente, la riteneva un’impostora.
Nata nel 1881 e morta nel 1951, Virginia fu processata due volte per la sua attività di “medichessa”. Il suo caso venne studiato anche dal punto di vista medico-legale, in un’epoca attraversata dal dibattito su spiritismo, magnetismo e ipnosi.
Attorno alla sua figura sono nate anche storie mai definitivamente provate, come i presunti consulti richiesti da Benito Mussolini e dal futuro re Umberto II. È qui che documenti, memoria popolare e leggenda cominciano a sovrapporsi.
Nel corso degli anni si è parlato molto di lei, soprattutto negli ultimi tempi grazie all’interesse della professoressa Cristina Sabina che ha pubblicato un volume di grande interesse dal titolo “La Sora Virginia, la magnetizzata di Collescipoli” (Kion Editrice) sul quale ci siamo basati per questi racconti, visto il grande lavoro di ricostruzione storico-scientifica, corredato da documenti legali e medici dell'epoca.
Il dono e il sonno ipnotico
Virginia Fontana avrebbe avuto un dono che si manifestava attraverso una particolare forma di sonno ipnotico. Durante questo stato, secondo le testimonianze tramandate, sarebbe stata in grado di rispondere a domande riguardanti persone lontane, talvolta partendo soltanto da un oggetto appartenuto alla persona interessata. Avrebbe inoltre indicato presunte cure per diverse malattie.
Proprio questa attività di guaritrice portò la Sora Virginia davanti alla giustizia per due volte, nel 1901 e nel 1912.
Si racconta che anche la madre, Amalia Innocenti, possedesse lo stesso dono. Secondo quanto tramandato, all’età di 14 anni Amalia iniziò a cadere in una sorta di sonnambulismo, durante il quale sarebbe riuscita a superare i problemi che le impedivano di camminare.
Virginia sperimentò per la prima volta il sonnambulismo nel 1899, all’età di 18 anni, il giorno del Sabato Santo. Era convinta che Giulio, lo spirito guida al quale si affidava la madre, si fosse manifestato anche attraverso di lei. Decise così di iniziare l’attività di medichessa, seguendo il percorso della madre Amalia, morta all’età di soli 49 anni.
I due processi e la relazione del professor Rossi
Nel 1901 Virginia fu processata per la prima volta e condannata per aver praticato l’arte medica senza possederne il titolo. La pena fu di dieci giorni di reclusione e 116 lire di multa. La vicenda ebbe una notevole eco anche sulla stampa locale.
Dopo la condanna, la famiglia Fontana si trasferì a Collescipoli. Qui Virginia sposò Francesco Mazzocchi, possidente originario di Vascigliano di Stroncone. La coppia ebbe tre bambine, una delle quali morì ancora in fasce.
Nel 1912 Virginia affrontò un secondo processo, questa volta per esercizio abusivo dell’arte medica. L’esito fu però differente: la donna venne assolta per “inesistenza di reato”.
La sentenza tenne conto anche di una perizia medico-legale affidata al professor Umberto Rossi dell’Università di Perugia. Lo studioso avrebbe rilevato in Virginia un “fenomeno ipnotico spontaneo e privo di dolo”, escludendo quindi l’ipotesi di una frode consapevole e interpretando le manifestazioni della donna in termini clinici, anziché soprannaturali.
La relazione risulta particolarmente interessante se inserita in un’epoca nella quale spiritismo e magnetismo animavano un dibattito molto acceso, mentre sullo sfondo rimaneva il severo proibizionismo della Chiesa cattolica.
In quegli anni, morirono anche il marito Francesco e la piccola Rosa Antonietta, quarta figlia della donna, scomparsa ancora in tenera età. Virginia sposò così in seconde nozze Ezio Mainardi, ma gli eventi luttuosi non diedero tregua alla povera madre, che perse anche le altre due figlie. La sua vita si concluse nel 1951, presumibilmente a causa della tubercolosi.
Tra spiritismo, magnetismo e ipnotismo
Nel corso dell’Ottocento Allan Kardec formulò per primo la dottrina dello spiritismo. Secondo questa teoria, un medium, attraverso l’intervento di uno spirito guida, avrebbe potuto mettersi in contatto con le anime dei defunti e comunicare con loro.
Qualche anno prima aveva cominciato a diffondersi anche la teoria del magnetismo animale elaborata da Franz Anton Mesmer. Secondo Mesmer, i corpi sarebbero attraversati da una particolare energia magnetica e una sua alterazione avrebbe potuto generare la malattia.. Un “medico”, ripristinando questa energia attraverso un presunto fluido magnetico, avrebbe potuto aiutare il paziente a comprendere la propria malattia. La persona sottoposta alla cosiddetta magnetizzazione sarebbe entrata in uno stato di crisi nervosa, durante il quale avrebbe parlato spontaneamente, fornendo informazioni sulle proprie condizioni di salute.
Tra Settecento e Ottocento James Braid iniziò invece a sviluppare la teoria dell’ipnotismo, uno stato che poteva essere raggiunto senza intervenire direttamente sul sistema nervoso dei pazienti. L’ipnotizzazione veniva provocata invitando la persona a fissare lo sguardo verso una fonte luminosa, posizionata dal medico a una distanza di circa 20-45 centimetri. Gli effetti potevano variare dalla letargia alla catalessi, fino al sonnambulismo.
È in questo intreccio di credenze popolari, superstizione e primi tentativi di approccio scientifico al mistero che operò Virginia Fontana. Una vicenda nella quale i documenti processuali e medici convivono con racconti tramandati e domande ancora aperte.
Aspetti che andremo ad approfondire nei prossimi episodi dedicati alla Sora Virginia, a cominciare dai presunti rapporti con Mussolini e Umberto II e dai tanti misteri custoditi nel cimitero di Collescipoli.